domenica 7 aprile 2013

Corsi e ricorsi degli scandali. Da Colei che non si deve amare (1910) a Le affinità alchemiche (2013). Milano capitale d'incesti.

Manifesto pubblicitario inizio '900 del Lago di Como.
Nel romanzo Colei che non si deve amare
il Lago è il rifugio romantico dei fratelli incestuosi
 (non si sa quale sia esattamente, se di Como, Maggiore o di Garda)

La recente pubblicazione de Le Affinità alchemiche (Mondadori) di Gaia Coltorti mi dà lo spunto per ricordare Colei che non si deve amare di Guido Da Verona (1881-1910), romanzo edito anch'esso a Milano, da Baldini e Castoldi, nel 1910, che fece scandalo e raggiunse vendite da record, alimentando decine di ristampe fino ad oggi.

I due libri sono accomunati dal tema dell'incesto tra fratello e sorella, svolto, da parte del Da Verona, con ampio ricorso a citazioni letterarie “alte”, con astuti riferimenti a grandi opere del passato (John Ford, Peccato che fosse sgualdrina, Dumas, La dama delle Camelie, Shakespeare, Romeo e Giulietta, D'Annunzio, Forse che sì forse che no, ecc).
Lo stile è aulico, pomposo, dai periodi ampi e ridondanti, ricco di termini ricercati. Infatti il Da Verona era un grande imitatore del Vate, fu definito il “D'Annunzio delle dattilografe” e a questo forse è imputabile, nonostante la fortuna editoriale, la sua cancellazione dai manuali di storia della letteratura e la caduta nel dimenticatoio. Come argutamente scrive la Coltorti nel punto cruciale del suo romanzo: “Il desiderio l'uno dell'altra dettava tutte le sue leggi obbligatorie e a ben guardare non scritte, o forse scritte solo in vecchi libri di antichi romanzieri se non proprio dimenticati certamente poco noti...” (p. 136)
Ma qui occorre puntualizzare che il romanziere fu ricordato nel 2009, nel settantennale della morte, da un bell'articolo di Luigi Mascheroni dal titolo quasi profetico: Torna lo scandaloso Guido da Verona lo scrittore dandy ebreo e fascista (www.ilgiornale.it).
Del 2009 è anche una ristampa di Colei che non si deve amare da parte dell'editore Pellegrini di Cosenza, nella collana Modelli di narrativa di consumo, arricchita da un'introduzione di Tommaso Scappaticci, che citerò più di una volta.



Ma entriamo nel vivo della vicenda, densa di legami perversi, segreti inconfessabili, alchimie scandalose. Affinità incestuose, insomma.
Colei che non si deve amare è ambientato nell'epoca sua contemporanea in una città del Nord d'Italia (probabilmente Milano) e la storia tra consanguinei (che occupa la seconda metà del romanzo) si snoda nell'arco di una manciata di mesi: la sorella del protagonista, Loretta, irrompe nella vita del fratello Arrigo. Il quale ne resta affascinato, le fa da guida, la introduce nel suo ambiente, le fa regali, le compra dei vestiti, la porta in vacanza al lago... Non c'è alcun fraintendimento: anche se non si sono visti per molti anni, hanno sempre saputo di essere fratelli, eppure vengono presi nel vortice della passione. Sono entrambi bellissimi e molto desiderati. L'azione si svolge in due case nella stessa città, quella paterna e un'altra dove sono liberi e soli. E poi anche in vacanza. Il “Lago”, in particolare, è il loro rifugio d'amore, dove nessuno li conosce e possono comportarsi pubblicamente come fidanzati. Arrigo è succube della sorella, posseduto dal demone di questo amore proibito (da parte sua è Amore), mentre invece lei non si tormenta più di tanto: ha una concezione del tutto amorale del sesso.
Lui s'impone di resistere alla tentazione perchè l'ama veramente e non vuole rovinarla; lei invece si offre con incoscienza, prende l'iniziativa per prima, perchè è una “sgualdrina” (come sua madre).
Riducendo all'osso, la trama segue queste tappe: svolgersi dell'idillio; scandalo pubblico e ripudio sociale che fa terra bruciata intorno agli incestuosi; scontro con la famiglia; fuga dalla casa paterna; tragedia finale, suicidio.


Verona. In realtà Guido Da Verona non mise mai piede
nella città scaligera. Aggiunse egli stesso al suo cognome
 il "Da" per imitare D'Annunzio.

Da Verona abile contaminatore di Shakeaspeare, John Ford, Dumas, D'Annunzio....

Di origine dannunziana è l'imperativa ossessione che hanno i protagonisti di Colei per il lusso, la raffinatezza, i gioielli, le comodità della vita, l'esteriorità, i piaceri.
L'amante-sorella, Loretta, è bellissima, perfetta, ultra raffinata, adora i bei vestiti e le collane, è pronta a fare sesso solo per convenienza, capricciosa, corteggiatissima....
Incarna il cliché decadente della “donna fatale” troppo perfetta per essere vera, priva di profondità psicologica e verosimiglianza, che rende l'uomo debole e sottomesso, gli toglie la volontà e lo conduce, passo dopo passo, alla perdizione, alla rovina, al suicidio.
L'unico tratto di umanità della sorella (forse origine del suo male) è il trauma di avere avuto una madre “capricciosa, bizzarra e priva d'ogni senso morale” (pp.386-7 ediz. Pellegrini, Cosenza, 2009), che andava a letto con tutti:
Della madre, Loretta si curava ben poco; ella era già grandicella quando la madre ancora si concedeva gli ultimi spassi, e così aveva imparato a compatirne gli errori con una specie di disprezzo indulgente...(p. 387).

Mentre il padre è remissivo e senza carattere. Riuscirà ad imporsi solo verso la fine, quando maledirà e scaccerà il figlio.
Scrive Tommaso Scappaticci nell'Introduzione (ediz. cit.):
Guido trova nella produzione dell'Immaginifico ampi spunti per il suo romanzo sull'incesto: dalla celebrazione di un'esistenza ispirata all'ideale del piacere alla proposta di un modello superumano non condizionato da norme morali, dall'immagine della donna affascinante e “nemica” per la sua carica di insaziabile lussuria al motivo della morte intesa come purificazione e riscatto dalle meschinità della vita.
[…] In Forse che sì forse che no (pubblicato lo stesso anno di Colei che non si deve amare) l'incesto diventa una sorta di idealizzata iniziazione al sesso […] (pp. 12-13)

Oltre a D'Annunzio, pure John Ford viene utilizzato dall'abile Da Verona. Il drammaturgo inglese del Seicento aveva infatti composto la tragedia Peccato che fosse una sgualdrina, i cui protagonisti Annabella e Giovanni, uniti nell'odio per il padre, hanno rapporti incestuosi. Quando lei rimane incinta, fugge con un altro per salvarsi con un matrimonio riparatore. Al che il fratello Giovanni la uccide e poi cade in un'imboscata finendo ucciso a propria volta.
Innanzitutto, Da Verona omaggia Ford col nome della sua protagonista: nella storia del 1910, Annabella diventa Anna Laura (vero nome di Loretta).
Pure in Colei i due fratelli sono uniti nel disprezzo e quasi odio verso la loro famiglia.
Anche nel Da Verona la sorella-amante scappa con un altro (causando uno scandalo che rovina completamente la vita del fratello, distruggendo tutto ciò che aveva costruito).
E la fine è simile: Arrigo è sul punto di uccidere la sorella, ha già pronta l'arma, ha la vittima in pugno, ma all'ultimo non ce la fa e fugge, per poi suicidarsi.
Da Verona sostituisce, quindi, alla brutalità omicida del Giovanni by Ford il potere assoluto della “donna fatale” decadente.

Le velate reminiscenze di Romeo e Giulietta costellano l'intera vicenda incestuosa daveroniana.
Tutti più o meno conoscono il passo in cui Giulietta si duole del NOME di Romeo. E l'ossessione del NOME ricorre, ossessivamente appunto, pure in Colei che non si deve amare (p.231, 263, 264, 268, 466) .
Per far capire il concetto, citerò Romeo e Giulietta attraverso la citazione che ne fa la Coltorti, quando Selvaggia legge a voce alta:
Solo il tuo nome è mio nemico: tu, sei tu, anche se non fossi uno dei Montecchi....Prendi un altro nome! Che c'è nel nome? Quella che chiamiamo rosa, anche con un altro nome avrebbe il suo profumo. (Affinità, p. 209)
 
Il Da Verona scrive:
 
...perchè non mi vuoi?-
-Perchè sei mia sorella- disse.
-Questo nome ti pare così terribile?- (Colei, p. 263)
-------------
Vedi, se tu potessi avere un altro nome che il nome di mia sorella....non senti come suona male su la mia bocca?
-Un nome! Cos'è un nome?- ella fece. (Colei, p. 264)

C'è da puntualizzare che Arrigo e Loretta, nonostante tanto affannarsi, non riusciranno a far quadrare completamente il cerchio dell'incesto.
Tale deficit è forse conseguenza di una basilare mancanza della sorella, che pensa senza poi mettere in pratica lo strategico cambio di nome:
[Loretta]...avrebbe voluto che, invece di Arrigo, si chiamasse con un altro nome...per poterlo baciare senza paura e senza fine. ( Colei, p. 231)

Ben più avveduta, invece, Selvaggia 100 anni dopo cambia immediatamente il nome al fratello.
Dopo la lettura sheakespeariana di poc'anzi, Giovanni by Coltorti dice:
Toglimi il nome di fratello, allora” l'avevi interrotta “e resterò solo Johnny. Toglimi il tuo stesso cognome, che è una pura convenzione, e rimango io, il tuo Giovanni”.
Lei ti aveva osservato con aria smarrita.
Io non conosco Giovanni” ti aveva detto “Io conosco Johnny”. (Affinità, p. 209).

Per quanto riguarda Dumas.
Arrigo è un personaggio a tutto tondo, complesso, coinvolgente, che affascina la lettrice anche moderna: è eroico come la Dama delle Camelie. Prima di conoscere l'Amore era un libertino, ma, dopo, rinuncia alla sua precedente vita e anche al suo Amore, per il bene di lei, fugge dalla persona amata per salvarla da sé. Anche se gli costa l'autodistruzione.
Pure Loretta è come la Dama delle Camelie: bellissima, sensuale, capricciosa, venale.
Arrigo è anche simile ad Armando Duval, ama la sua bella “prostituta” fino alla follia, fino alla schiavitù. E ne è gelosissimo.

C'è poi da aggiungere che il nome Arrigo dato al fratello-amante fu forse un omaggio del Da Verona ad Arrigo Boito (1842-1918) poeta appartenente in gioventù alla Scapigliatura milanese, e in seguito librettista e compositore, che aveva avuto il merito di convincere Giuseppe Verdi a tornare all'opera proponendogli due esemplari riduzioni di Shakespeare: Otello (1887) e Falstaff (1893). Tra l'altro, in Colei che non si deve amare ricorre molto spesso l'aggettivo “scapigliato”, a testimonianza, se non dell'attenzione dell'autore per la Scapigliatura, quanto meno dell'impronta lasciata da quell'esperienza nella cultura italiana dell'epoca e di Milano in specie, ambiente cui Da Verona apparteneva. 

IL SESSO

Il sesso incestuoso, in Colei, è un traguardo che costa molta fatica: ben più di 400 pagine. E alla fine dei conti, dal punto di vista strettamente tecnico, non arriva mai. Tuttavia il libro nel complesso non è noioso (anche se per il lettore attuale la prima parte risulta un po' pesante).
Questo è il frutto dell'abilità del consumato romanziere (purtroppo, ad oggi, poco noto...), che sa tenere vivo l'interesse.
Al lettore moderno, rapito nel gorgo incestuoso daveroniano e messo alla prova da prolissità e preliminari di un amplesso che per un motivo o per l'altro è sempre rimandato, vien voglia di dire ad Arrigo: “Basta con tutti 'sti sensi di colpa, datti una mossa!”
E: “Comprale la collana, dato che tua sorella la desidera tanto!”
E a lei: “Ma come fai ad essere ancora vergine a 20 anni, tu....proprio tu? Certo che tuo fratello si complessa! Non avresti dovuto esserlo, è assurdo!”
E a tutti e due: “Ma potevate ben nascere già ricchi, invece di arrabattarvi per godervi i lussi che vi piacciono tanto!”
Da Verona esaspera il lettore a tal punto, che fa venire la voglia malsana, a chi ne abbia un po' d'attitudine, di riscrivere il Romanzo dei Desideri Repressi per realizzarli finalmente, per portare a compimento ciò che l'antico scrittore ha lasciato incompiuto, eliminare ogni barriera alla realizzazione dell'amore-orrore, far soddisfare ai protagonisti tutte le loro voglie.
Naturalmente è una tentazione ingenua e puerile, che, se assecondata, distruggerebbe la tensione, erotica e non, la suspance, privando il romanzo di quelle battaglie, di quei tira-e-molla sull'orlo del precipizio che lo rendono credibile.
Se ai suoi tempi Colei che non si deve amare fu un bestseller, c'è un perchè.
Scrive Tommaso Scappaticci nella citata Introduzione:
Da Verona ricorre alla tecnica della procrastinazione e dell'iterazione, proponendo una lunga serie di scene e situazioni che scandiscono il crescendo della tensione fisica ed emotiva per l'approssimarsi dell'amplesso che appare inevitabile (p. 24) 


I PROTAGONISTI E LO STEREOTIPO DELLA DONNASENZA CERVELLO”
 
Cito ancora Scappaticci:
Nel rapporto di coppia Arrigo incarna la figura dell'inetto, incapace d'imporsi e di dominare la situazione [..]
(p. 23)
Invece Loretta:
Incarna il topos della femminilità “naturale” e istintiva, che si abbandona senza pudore alle passioni e non ha i dubbi e le esitazioni del fratello. (p. 23)
Loretta è completamente senza cervello, sconsiderata, dispotica, egocentrica, istintiva, generatrice di disastri, fa poco onore al genere femminile. Con la sua perfezione esteriore e vuoto interiore, con la sua perversità nel disporre della vita altrui, al giorno d'oggi risulterebbe un personaggio inaccettabile e odioso.
(Non così doveva apparire alle lettrici d'inizio '900, che, pur percorse dai primi venti d'emancipazione, erano di fatto relegate ai margini della vita sociale e quindi trovavano, nelle eroine dotate di super-poteri sull'uomo, sollievo alla frustrazione quotidiana).
Si capisce così il maschilismo di quel gran donnaiolo del Da Verona.
Scrive ancora lo Scappaticci:
Il contrasto fra i due protagonisti si fonda sulla premessa, largamente condivisa dalla letteratura del tempo, della dimensione esclusivamente erotico-sentimentale della natura femminile. (p.23)
La considerazione con cui venivano tenute le donne a inizio '900 è ribadita dall'acutissimo commentatore che sul Corriere della Sera del 26.09.1912 si complimenta col Da Verona proprio per il personaggio di Loretta (!!!!) (cit. in Introduzione in Colei, p. 9).
Un vero e proprio club di maschilisti!
Ma Arrigo è figura più complessa e interessante di Loretta in primo luogo perchè maggiore di lei di una decina di anni: come già si è accennato, la prima metà del romanzo è interamente dedicata a lui e a tutte le sue intricate vicende pre-incesto..
E sicuramente a rendere la psiche del fratello combattuta e quindi credibile è la maggiore esperienza di vita, che l'aveva portato, nella primissima gioventù, a macchiarsi di una grave colpa, quando aveva deflorato e ingravidato una ragazza per poi indurla all'aborto, che quasi l'aveva uccisa.
Questo precedente, che già gli era costato le maledizioni paterne, contribuisce a creargli un inferno nella coscienza. L'alternanza tra le tentazioni e le inibizioni dà il ritmo al romanzo e contribuisce a trasformare un piccolo “Andrea Sperelli” in un quasi-martire alla Marguerite Gautier che paga con la morte tutti i peccati di una vita non encomiabile. 

INFINE....
 
Sulla produzione di Guido Da Verona è stato da tempo disteso un velo di silenzio [...]. La maggior parte degli studiosi continua a mantenere un atteggiamento di diffidenza (se non rifiuto) nei confronti di una narrativa accusata di manchevolezze artistiche e di compromessi politici, e i libri di Da Verona risultano ormai praticamente introvabili, relegati in archivi e biblioteche dove sono oggetto dell'attenzione di qualche paziente ricercatore, ma senza avere la possibilità di un confronto con un pubblico più vasto.
(Quarta di copertina di Colei, ediz. 2009).

Ora, grazie a Mondadori, ecco che il confronto con un pubblico più vasto è stato raggiunto. Quindi, a nome anche degli ultimi discendenti collaterali del Da Verona, ringrazio sentitamente Mondadori e Gaia Coltorti per l'occasione che hanno dato di ricordare questo romanziere del passato, che, seppure campione di un'antica narrativa di consumo, può avere qualcosa d'interessante anche per il lettore attuale.
Per completezza, preciso che oltre alla ristampa del 2009, sul sito www.inmondadori.it sono disponibili un'edizione del 2011 e un ebook gratuito. (Di Colei che non si deve amare).
Milano capitale d'incesti letterari. Ma cosa s'intende per incesti letterari? Perchè qui più che agli scrupoli morali/sessuali vien da pensare agli scrupoli deontologici dello scrittore.
Sorge il dubbio che i veri colpevoli non siano tanto Arrigo e Loretta, quanto piuttosto...l'Autore, che saccheggia, impasta, mescola, attinge, cita senza citare le fonti, mette in piedi un Festival d'Incesti Letterari, legando rapporti morbosi, troppo stretti, tra la propria opera ed altre (non consenzienti).
Ma che altro poteva fare l'antico e poco noto romanziere? Ogni genere letterario ha le sue regole. L'incesto è un legame patologico, autoreferenziale, ridondante, che mette in campo sempre la stessa materia prima. E data la rarità e segretezza del fenomeno, difficilmente i suoi narratori possono trovare materiale fresco e non possono certo mettersi a sperimentare pratiche proibite coi propri parenti per sapere cosa si prova “dal vero”! (Azzardo questa giustificazione, benchè io non sia affatto esperta di narrativa incestuosa).
Perdoniamolo, il Da Verona, furbetto impastatore d'ingredienti riciclati.
E speriamo che non si rivolti nella tomba.!
D'altronde, ha già pagato i suoi peccati al caro prezzo dell'oblio.
Per la sua definitiva riabilitazione, possiamo citare Umberto Eco che scrisse “i libri si parlano tra loro”.
Quindi, appuntamento fra cent'anni. Chi sarà l'editore numero tre? Di certo si sa solo che a Milano sembrano detenere l'esclusiva. Complimenti a tutti! 




2 commenti:

  1. Io ho capito qual è, in Da Verona, il LAGO DEGLI INCESTUOSI!!
    Dev'essere proprio il Lago di Como come nella figura dell'articolo (del resto è il più vicino a Milano): guardate cosa c'è scritto sul sito internet della provincia di Como: http://www.laprovinciadicomo.it/stories/Cultura%20e%20Spettacoli/188409/
    Cristina

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  2. Ciao Patrizia!
    Prima di tutto volevo farti i complimenti per il blog! E' davvero ben fatto e gli articoli sono molto interessanti ma soprattutto danno uno spunto su cui riflettere.
    Mi ha colpito il riferimento a Ford perchè l'abbiamo trattato al corso di letteratura ed è molto particolare come autore. Il suo dramma più famoso è per l'appunto 'Tis a city she's a whore. I protagonisti sono Annabella e Giovanni ma il tema è il vero protagonista, l'incesto. Prima di questo dramma l'incesto era molto frequente a teatro ma mai era stato il tema principale di un'opera.
    L'amore tra Annabella e Giovanni non è immorale ma anzi, è puro e permette loro di salvarsi dalla corruzione del mondo. Il dramma è ambientato in una corte italiana (dagli inglesi l'Italia era considerato un paese corrotto e oscuro per la presenza della Chiesa Cattolica) ma dice Giovanni il nostro amore non è indegno, è degno perchè rifugge dallo schifo del mondo. Anche Annabella darà prova estrema del loro amore, dirà al fratello "love me, or kill me brother". Quando Annabella dovrà sposare Soranzo per coprire la sua gravidanza incestuosa il fratello manterrà la promessa e sarà costretto ad ucciderla per suggellare nella morte il loro amore. Annabella solleciterà e subirà la morte come un'eroina romana. La morte sembra proprio l'unico modo per salvare il loro sentimento così assoluto nei confronti di una corte che li giudica ma che è "sporca e immorale" a sua volta. L'ecatombe finale che appare più come una carneficina in realtà ha il carattere di un vero e proprio rito sacrificale che chiude la tragedia giustificando il sentimento di due anime fragili e profonde. Rispecchia quasi il sacrificio di Romeo e Giulietta per il loro amore ostacolato dalle famiglie. I fratelli sono consapevoli della scabrosità del loro amore, ma non sono disposti a rinunciarvi perchè in esso trovano un rifugio da una corte ancora più immorale e quindi alla luce di ciò il loro sentimento è più vero e più "degno".
    Apprezzo molto questo tuo lavoro perchè raccoglie tutto ciò a cui sono appassionata, l'arte a la letteratura.
    ciao
    Angie

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