domenica 7 aprile 2013

1789-1909: Giovinezza dalla Rivoluzione Francese all'inno di Oxilia. Attraverso La Libertà che guida il popolo (1830).

Intervista di Antonella Saracco a Patrizia Deabate per fareletteratura.it



Eugène Delacroix, La Libertà che guida il popolo, olio su tela, 1830, Louvre
Allora Patrizia, ci parli un po' della tua ultima fatica?
E' un saggio e s'intitola Le origini dell'Inno dei laureandi Il Commiato (1909). Uscirà a giugno sulla rivista Studi Piemontesi di Torino.
Ci dici in sintesi di cosa si tratta?
Riguarda la canzone Giovinezza, che, come noto, ben prima d'essere adottata quale “inno nazionale” durante il regime fascista, nacque come canto degli studenti universitari di Torino, nel 1909, composta dal poeta Nino Oxilia col titolo Il Commiato. In quest'ultimo lavoro ho cercato di ricostruire a ritroso il percorso della canzone, dimostrando che quella all'alba del '900 non fu una data d'inizio, bensì il punto d'arrivo di un cammino iniziato addirittura nel 1789 con la Rivoluzione Francese.

Corsi e ricorsi degli scandali. Da Colei che non si deve amare (1910) a Le affinità alchemiche (2013). Milano capitale d'incesti.

Manifesto pubblicitario inizio '900 del Lago di Como.
Nel romanzo Colei che non si deve amare
il Lago è il rifugio romantico dei fratelli incestuosi
 (non si sa quale sia esattamente, se di Como, Maggiore o di Garda)

La recente pubblicazione de Le Affinità alchemiche (Mondadori) di Gaia Coltorti mi dà lo spunto per ricordare Colei che non si deve amare di Guido Da Verona (1881-1910), romanzo edito anch'esso a Milano, da Baldini e Castoldi, nel 1910, che fece scandalo e raggiunse vendite da record, alimentando decine di ristampe fino ad oggi.

I due libri sono accomunati dal tema dell'incesto tra fratello e sorella, svolto, da parte del Da Verona, con ampio ricorso a citazioni letterarie “alte”, con astuti riferimenti a grandi opere del passato (John Ford, Peccato che fosse sgualdrina, Dumas, La dama delle Camelie, Shakespeare, Romeo e Giulietta, D'Annunzio, Forse che sì forse che no, ecc).
Lo stile è aulico, pomposo, dai periodi ampi e ridondanti, ricco di termini ricercati. Infatti il Da Verona era un grande imitatore del Vate, fu definito il “D'Annunzio delle dattilografe” e a questo forse è imputabile, nonostante la fortuna editoriale, la sua cancellazione dai manuali di storia della letteratura e la caduta nel dimenticatoio. Come argutamente scrive la Coltorti nel punto cruciale del suo romanzo: “Il desiderio l'uno dell'altra dettava tutte le sue leggi obbligatorie e a ben guardare non scritte, o forse scritte solo in vecchi libri di antichi romanzieri se non proprio dimenticati certamente poco noti...” (p. 136)
Ma qui occorre puntualizzare che il romanziere fu ricordato nel 2009, nel settantennale della morte, da un bell'articolo di Luigi Mascheroni dal titolo quasi profetico: Torna lo scandaloso Guido da Verona lo scrittore dandy ebreo e fascista (www.ilgiornale.it).
Del 2009 è anche una ristampa di Colei che non si deve amare da parte dell'editore Pellegrini di Cosenza, nella collana Modelli di narrativa di consumo, arricchita da un'introduzione di Tommaso Scappaticci, che citerò più di una volta.


I segreti nascosti dietro Il Piacere di D'Annunzio (anzi, davanti). Amori, arte e risate d'un gruppo di goliardi idealisti.

In occasione del 150° della nascita di Gabriele D'Annunzio (1863-2013) Mondadori ripubblica tutte le sue opere ed è stata una bella sorpresa trovare sulla nuova copertina de Il Piacere una cara amica della Goliardia torinese fine '800.
Infatti vi è riprodotto quel dipinto che fece scalpore alla Triennale di Torino del 1896, ai tempi in cui l'autore Giacomo Grosso era uno dei più celebri ritrattisti d'Europa.
Il quadro s'intitola La Nuda, e, naturalmente, la ragazza non ha niente addosso: è immortalata su un'enorme pelle d'orso.
Giacomo Grosso, La Nuda , 1896, olio su tela
GAM di Torino, part.
In realtà i monumentali dipinti, gemelli, furono due, leggermente diversi, di cui uno è alla Galleria d'Arte Moderna di Torino mentre l'altro appartiene alla Fondazione Cariplo.
Le vicende delle modelle degli artisti, quando non vanno perse nei rivoli della Storia, sono sempre interessanti. Le fattezze della Libertà che guida il popolo di Delacroix, simbolo della nazione francese, son quelle di una delle sue modelle-amanti preferite; la Parigi otto-novecentesca è piena di romanzi veri di questo genere, e ben lo sapeva la scrittrice Judith Krantz che vi si ispirò per il celebre bestseller La figlia di Mistral.
Anche Torino ebbe le sue storie, come quella della bellissima Anita Di Landa che arrivò dalle campagne per fare la modella degli artisti e la primadonna nei caffè-concerto, amata dagli studenti e poi morta di tisi.
La storia di Tilde, invece, della Nuda, è racchiusa in un vecchio libriccino che s'intitola Tempi beati, edito a Torino nel 1949 e mai più ristampato. E' l'autobiografia di uno dei suoi innamorati, il giornalista e avvocato Arrigo Frusta (pseudonimo di Augusto Ferraris, 1875-1965), che nella narrazione, in terza persona, si chiama Pare.